Il Colonnello Salvatore Oppes, è erede di una famiglia di campioni che hanno scritto pagine dell’equitazione italiana ed è stato lui stesso protagonista di importanti prestazioni. Costretto precocemente ad interrompere l’attività agonistica per motivi di salute, il Colonnello vanta otto partecipazioni allo CSIO di Roma Piazza di Siena, numerose partecipazioni in CSIO Coppa delle Nazioni, Campionati del Mondo Militari ed è stato nella lista dei probabili olimpici ai Giochi di Mosca (1980), Los Angeles (1984) e Barcellona (1992).
Ha avuto poi un ruolo tecnico nella gestione di cavalieri del calibro di Roberto Cristofoletti, Lucia Vizzini, Simone Coata e Alberto Zorzi di cui ha curato l’arruolamento. Finito il servizio attivo ha ricoperto l’incarico di Delegato Tecnico Federale del Settore Giovanile nel Piemonte, diventando per i ragazzi un punto di riferimento costante. L’anno scorso Il Colonnello Salvatore Oppes ha messo in pausa la sua attività lavorativa, trasferendosi in Tunisia. Il suo cuore e la sua mente sono però ancora con tutti i ragazzi che ha seguito nel corso della sua vita e, soprattutto, con i cavalli.
Colonnello Oppes, cosa è importante insegnare da subito ai ragazzi?
«Insegnare è una parola importante. Bisogna partire dal presupposto che i giovani allievi imparano ciò che noi insegniamo loro. Quindi è fondamentale che, anche per quello che riguarda la messa in sella, vi sia il supporto di un istruttore di alto profilo che scelga i consigli tecnici corretti e dia all’allievo un’impostazione ben precisa. Un buon istruttore deve anche avere una buona capacità nella gestione della psicologia. Inizialmente nell’allievo possono esserci difficoltà psicologiche, magari legate al disorientamento nel gestire un movimento sconosciuto. E lì l’istruttore deve esserci veramente! Bisogna partire dai fondamentali».
Quali sono i fondamentali?
«Sicuramente ai ragazzi bisogna insegnare la posizione corretta in sella e abituarli da subito a guardare avanti, perché se guardano avanti è più facile che sentano il cavallo sotto di loro e imparino ad andare dritto. Bisogna anche insegnare a “creare” impulso! Legato a tutto questo c’è la gestione degli aiuti. Tramite l’azione della gamba tu crei il movimento ma poi hai bisogno di trovare la giusta strada ed andare dritto attraverso la coordinazione degli aiuti. Devi imparare a sentire le spinte che partendo dal posteriore, passano sotto di noi attraverso il corpo del cavallo per poi concretizzarsi con un appoggio sull’imboccatura. Attraverso il contatto con la bocca realizziamo se le spinte stanno arrivando o meno, e gli aiuti ti fanno acquisire la capacità di controllare quelle spinte ed andare dritto».
Quanto è importante il lavoro senza staffe?
«È ottimo per migliorare la solidità in sella, se ben seguito dall’istruttore. Finché l’istruttore vede che l’allievo senza staffe è ben centrato in sella, le spalle sono allineate alle anche, il bacino è fluido e segue il movimento, può continuare. Quando l’istruttore vede che nell’allievo sopravvengono rigidità muscolari dovute alla fatica, è meglio fermarsi perché non c’è più quella decontrazione che gli permette di stare insieme al movimento del cavallo».
E poi magari riprendere più tardi…
«Certo, anche al galoppo! Tu metti l’allievo in un ampio circolo, gli fai levare le staffe e fai attenzione al mantenimento della posizione con particolare attenzione alle sue spalle. Si tratta di un momento speciale…. I ragazzi devono imparare che la loro spalla interna deve andare insieme alla spalla interna del cavallo perché altrimenti vanno in torsione sulla sella. Spalle ferme in un modo naturale e decontrazione dell’inguine che permette di andare con il movimento del cavallo».
Qual è l’esercizio più importante secondo lei?
«Le transizioni, assolutamente, perché sono la dimostrazione della capacità di coordinare gli aiuti. Un esercizio che faccio sempre fare è questo: metto un candeliere in un punto del campo e, alle varie andature, voglio che gli allievi eseguano la transizione in quel punto preciso. Così diventano consapevoli dei meccanismi e diventano consapevoli dei tempi di esecuzione. Questo è molto importante perché in percorso, all’azione del cavaliere deve corrispondere un effetto sul cavallo pressoché immediato… non 3 o 4 tempi dopo con il cavallo appeso al ferro, perché a quel punto è tardi».
Qual è il suo consiglio per i ragazzi?
«Prima di tutto guardate il cavallo come un essere senziente e da rispettare, ricordando che non ha scelto lui di fare quello che stiamo facendo, che sia un percorso di salto, di campagna o una ripresa…. Deve essere un nostro compagno, non può essere utilizzato come un oggetto. Dopodiché servono tanta passione, voglia di lavorare, voglia di sperimentare accettando anche l’errore, tanta umiltà e desiderio di far bene senza mai accontentarsi. Anche quando otteniamo un buon risultato, bisogna pensare sempre a quel dettaglio che potevamo fare meglio, quel punto in cui il cavallo si è sforzato per rimediare ad un nostro errore e capire come possiamo essere noi ad aiutarlo».
Per finire, un aneddoto su suo padre?
«Ricordo che da incredibile uomo di cavalli quale lui era mi diceva sempre: “Quando finisci un percorso ed esci dal campo, taci e rifletti. L’istruttore ti dirà dove hai sbagliato e cosa avresti dovuto fare. Non provare nemmeno a giustificarti dando responsabilità al cavallo. Perché allora te, a cavallo, cosa ci stai a fare?”».